10. Il Processo · Dave Slane | Studio
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Era il 18 febbraio 2026 quando Mark Zuckerberg, fondatore di Meta e costruttore di un impero da oltre un trilione di dollari sulla capacità di tenere le persone incollate agli schermi, si è seduto sul banco dei testimoni di una corte superiore di Los Angeles.

Dall’altra parte della sala, i genitori di ragazzi che non riescono più a dormire. Adolescenti che hanno sviluppato disturbi alimentari seguendo filtri di bellezza progettati internamente nonostante diciotto esperti avessero sollevato obiezioni. Una giovane donna, identificata negli atti come KGM, che ha iniziato a usare YouTube a sei anni e Instagram a undici, e che oggi, a vent’anni, porta in tribunale le conseguenze di quella scelta fatta da bambina.

A 9.000 chilometri di distanza, a Milano, il Tribunale civile ha in mano la prima class action inibitoria italiana contro Meta e TikTok, depositata dal Movimento Italiano Genitori.

Due tribunali. Due continenti. Una sola domanda: le piattaforme che usiamo ogni giorno per lavorare stanno distruggendo i nostri figli?

Il 25 marzo 2026, dopo quarantaquattro ore di deliberazione su nove giorni, la giuria di Los Angeles ha risposto.

Il Verdetto

Meta e YouTube sono state dichiarate negligenti nella progettazione e nel funzionamento delle loro piattaforme. La giuria ha stabilito che quella negligenza è stata un fattore sostanziale nei danni fisici e psicologici subiti dalla giovane KGM. L’azienda ha anche omesso di avvertire adeguatamente gli utenti dei pericoli delle proprie piattaforme. I danni compensativi ammontano a 3 milioni di dollari: Meta responsabile al 70%, YouTube al 30%. La giuria ha poi stabilito che entrambe le aziende hanno agito con “malizia, oppressione o frode”, aprendo la fase dei danni punitivi: altri 3 milioni, per un totale di 6.

Meta ha risposto che “non è d’accordo con il verdetto e valuterà le opzioni legali”. Google ha dichiarato che il caso “fraintende YouTube, che è una piattaforma streaming costruita responsabilmente, non un social media”. Entrambe hanno già annunciato appello.

TikTok e Snap, originariamente co-imputate, hanno patteggiato prima dell’inizio del processo per cifre non divulgate.

Questo non è il capitolo finale di una storia. È il capitolo d’apertura di qualcosa di molto più grande.

Quello che Sapevano e non Hanno Detto

Il materiale più esplosivo del processo non erano le testimonianze dei medici o degli esperti di dipendenza. Era la carta interna.

Nel 2018, un documento interno di Meta stimava circa 4 milioni di utenti under-13 sulla piattaforma, circa il 30% di tutti i bambini americani tra 10 e 12 anni. Una nota aziendale recitava: “Se vogliamo vincere con i teenager, dobbiamo portarli dentro da pre-adolescenti.” I dati analitici mostravano che gli undicenni avevano quattro volte più probabilità di tornare su Instagram rispetto agli utenti adulti. Non era un effetto collaterale: era una metrica monitorata.

Nel 2021, la whistleblower Frances Haugen aveva già portato fuori dall’azienda documenti che dimostravano come Meta sapesse degli effetti negativi dei suoi prodotti sui minori e avesse scelto di non intervenire in modo strutturale. Nel 2023, Arturo Béjar, ingegnere senior di Meta, aveva testimoniato al Senato americano che l’azienda ignorava sistematicamente i segnali sui pericoli sessuali per i bambini sulle proprie piattaforme.

L’accusa del processo di Los Angeles non era “avete creato contenuti sbagliati”. Era più precisa e più difficile da difendere: avete progettato intenzionalmente features come lo scroll infinito, le notifiche push continue, l’autoplay, i filtri di bellezza con effetti documentati sull’immagine corporea, sapendo che erano particolarmente efficaci nel creare abitudine nei minori, e avete continuato a svilupparle.

Non è accusa esterna. È autoconsapevolezza interna ignorata per profitto.

L’avvocato della parte civile, Mark Lanier, ha sintetizzato l’argomento centrale del processo in una frase rimasta agli atti: “Come fai in modo che un bambino non posasse mai il telefono? Si chiama ingegneria dell’ossessione.”

Il Fronte Italiano

Mentre a Los Angeles si decideva il destino del caso-pilota, a Milano il Tribunale civile ha ricevuto la prima class action inibitoria italiana contro piattaforme social. Il MOIGE (Movimento Italiano Genitori) ha depositato l’azione al Registro Generale n. 29994/2025, con prima udienza il 12 febbraio 2026. Le richieste sono concrete: fermare le pratiche ritenute dannose per i minori, imporre una verifica reale dell’età degli utenti, bloccare l’accesso sotto i 14 anni, limitare i meccanismi algoritmici che favoriscono la dipendenza.

L’Italia non sta osservando da lontano. Sta agendo.

I numeri che alimentano questa azione non sono astratti. Secondo dati dell’Istituto Superiore di Sanità, circa 100.000 adolescenti tra i 15 e i 18 anni sono a rischio dipendenza dai social. Mezzo milione presenta disturbi da gaming. Il 77% degli adolescenti italiani si definisce dipendente dai propri dispositivi digitali (dato Social Warning). L’83% degli adulti si dichiara allarmato, stando alle rilevazioni Demopolis.

A novembre 2025, il Parlamento europeo ha votato per fissare a 16 anni l’età minima per l’accesso ai social network. Francia e Italia valutano un limite a 15.

Daniela Lucangeli, dell’Università di Padova, ha documentato i meccanismi neurologici con cui l’uso precoce e intensivo dei social altera lo sviluppo dell’amigdala e del sistema prefrontale negli adolescenti, le stesse strutture coinvolte nel controllo degli impulsi e nella regolazione emotiva. Non è allarmismo pedagogico. È neuroscienze.

L’Enshittificazione Come Destino

C’è una domanda che vale la pena porsi: questo era evitabile?

Cory Doctorow ha descritto il ciclo di vita delle piattaforme digitali con il termine enshittification, che descrive la degradazione progressiva e inevitabile del prodotto. La traiettoria è sempre la stessa. Prima la piattaforma è buona per gli utenti: li attira, li trattiene, diventa indispensabile. Poi inizia ad abusare degli utenti per servire i business advertiser. Infine abusa dei business per estrarre valore esclusivamente per sé e per i propri azionisti.

Il processo di Los Angeles è l’effetto terminale di questo ciclo applicato ai social media. Le piattaforme, ottimizzate per il tempo di permanenza degli utenti come metrica primaria, hanno scoperto presto che i minori erano i soggetti più facilmente agganciabili: cervelli ancora in sviluppo, sistema di ricompensa più reattivo, minore capacità di riconoscere i pattern di manipolazione. Abusare degli utenti più vulnerabili non era un difetto del modello. Era, in un senso freddo e funzionale, il modello ottimizzato.

Uno studio pubblicato nel 2026 sul British Journal of Industrial Relations da Maffie e Hurtado ha documentato come il ciclo di enshittification si sia esteso dalla UX alla gig economy, mostrando che la degradazione è sistemica, non accidentale. Non è che Meta abbia “sbagliato”. Ha fatto esattamente quello che un sistema ottimizzato per l’estrazione di valore fa quando non incontra resistenza.

Il processo era inevitabile perché il sistema era progettato per arrivare qui.

Il Paradosso dell’Imprenditore Digitale

Sei un imprenditore. Hai figli adolescenti. E hai una riga nel tuo piano marketing con scritto “budget Meta Ads 2026”.

Questo è il nodo che il processo apre senza chiudere, e che vale la pena non fingere di non vedere.

Le stesse piattaforme che la giuria di Los Angeles ha dichiarato negligenti nella progettazione del prodotto sono quelle su cui molte PMI italiane costruiscono visibilità, generano contatti, vendono. Instagram, Facebook, YouTube. I numeri pubblicitari non mentono: la reach organica è quasi morta, il budget paid è necessario per esistere, e le piattaforme alternative non hanno ancora la stessa scala.

Il verdetto non risolve questo paradosso. Ma lo rende impossibile da ignorare.

Se il modello di design delle piattaforme viene definitivamente riconosciuto dalla giurisprudenza come difettoso nei confronti dei minori, le implicazioni per chi ci investe sopra diventano concrete. Sul piano reputazionale: essere associati a una piattaforma dichiarata nociva ha un costo di immagine che gli algoritmi di reach non misurano, ma che i consumatori percepiscono. Sul piano normativo: le restrizioni sull’accesso dei minori cambieranno, perché il processo legislativo in Europa e negli USA è già avviato, e cambieranno il profilo demografico degli utenti targetizzabili. Sul piano strategico: costruire tutta la propria presenza digitale su terreno altrui, terreno che può essere rimosso, regolamentato o dichiarato inadeguato, è un rischio che le PMI tendono a sottostimare fino a quando non è troppo tardi.

Non è un invito a uscire dai social. È un invito a smettere di costruire solo su quelli.

Dopo il Tabacco

Il 25 marzo 2026 non è la fine del processo. È il primo verdetto di un “bellwether”, un caso-pilota destinato a orientare circa 2.000 cause pendenti in California, più un processo federale atteso in estate a Oakland che coinvolge school districts e famiglie di tutta l’America. In New Mexico, il giorno prima, la giuria aveva già condannato Meta a pagare 375 milioni di dollari per violazione delle leggi statali sulla protezione dei consumatori e sfruttamento minorile sulle piattaforme.

Questo schema è familiare. Negli anni ’90, il primo verdetto contro Big Tobacco non ha chiuso la questione. L’ha aperta. Nel giro di un decennio, i produttori di sigarette hanno firmato un accordo da 206 miliardi di dollari con i procuratori generali di quarantasei stati americani. I pacchetti di sigarette portano ancora le avvertenze sanitarie. L’industria esiste ancora, molto ridimensionata nel potere politico e molto più vincolata nelle pratiche di marketing.

Il parallelo non è perfetto. Ma la struttura è la stessa: anni di ricerca interna soppressa, un modello di business costruito su utenti inconsapevoli del danno, una prima sconfitta in tribunale che apre il diluvio. Quello che è cambiato è il ritmo: con i social media, il ciclo dura anni invece di decenni. Il primo grande processo è arrivato meno di vent’anni dopo il lancio di Facebook.

La Casa Non si Costruisce su Terra Altrui

Dieci episodi fa, abbiamo aperto questa serie con lo slop semantico dell’AI generativa che stava colonizzando il web come un gambero invasivo. Da lì, abbiamo attraversato la morte del funnel social, le biblioteche di Amazon riempite di libri che non esistono, l’economia dell’attenzione e le prime leggi anti-dipendenza, i benchmark AI che misurano il nulla, gli agenti autonomi che agiscono senza supervisione, l’AI come tecnologia di estrazione, i deepfake industriali, il testimonial che non esiste.

Ogni episodio era un pezzo del Sottosopra: la dimensione nascosta del digitale, quella che le slide dei keynote non mostrano.

Siamo arrivati a 10 episodi e il messaggio non è che il Sottosopra ha vinto. È che il Sottosopra ha un nome, ha prove, e sta iniziando ad avere sentenze.

Il verdetto di Los Angeles non risolve nulla da solo. Meta e YouTube faranno appello. Il processo si trascinerà per anni. Le piattaforme continueranno a funzionare mentre il sistema legale cerca di capire cosa farne.

Ma il potere di un bellwether non è nella cifra dei danni. È nel precedente. È nella domanda che ora tutti i brand manager, tutti i responsabili di marketing, tutti gli imprenditori che investono budget su queste piattaforme devono rispondere: cosa facciamo quando il terreno su cui abbiamo costruito viene dichiarato instabile?

La risposta non è la paura. È la diversificazione.

Owned media. Newsletter. Community chiuse. Contenuti che non dipendono da un algoritmo che può cambiare le regole domani mattina.

Possiedi i tuoi canali. Non costruire la casa su terra altrui, soprattutto quando un tribunale inizia a sollevare domande sulla solidità delle fondamenta.

Nel Sottosopra Digitale, la cosa più rivoluzionaria che puoi fare come imprenditore è smettere di affittare la tua presenza e iniziare a costruire qualcosa che ti appartiene davvero.

Il processo è appena iniziato.

Fonti consultate:

  1. Verdetto Los Angeles, 25 marzo 2026 – CNBC, NPR, CNN, NBC News, Rolling Stone, Al Jazeera (copertura multipla)
  2. Processo Meta/Google Los Angeles: testimonianza Zuckerberg 18 febbraio 2026 – https://www.ragionierieprevidenza.it/2026/02/
  3. Class action MOIGE: Tribunale di Milano, RG 29994/2025, udienza 12 febbraio 2026 – https://www.moige.it/landing/ferma-dipendenza-social/
  4. ISS / Con i Bambini: 100.000 adolescenti italiani a rischio dipendenza social, 500.000 gaming disorder – Euronews Italia, 19 febbraio 2026
  5. Social Warning: 77% adolescenti italiani dipendenti – Euronews Italia
  6. Demopolis / Con i Bambini: 83% adulti italiani allarmati – Euronews Italia
  7. Parlamento europeo: risoluzione novembre 2025, età minima social a 16 anni – Euronews Italia
  8. Frances Haugen 2021, Arturo Béjar 2023, documenti New Mexico 2024 – Fonte: Malwarebytes
  9. Documento interno Meta: “4 milioni utenti under-13, 30% dei bambini 10-12 anni USA” – Rolling Stone, citando atti del processo
  10. Documento interno Meta: “If we wanna win big with teens, we must bring them in as tweens” – OPB/CBC, citando atti del processo
  11. Maffie & Hurtado, British Journal of Industrial Relations, 2026 – https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/bjir.70004
  12. Daniela Lucangeli, Università di Padova: meccanismi neurologici dipendenza social – Rai Scuola / Al tuo fianco blog, febbraio 2026
  13. Verdetto New Mexico: $375M danni a Meta – CBC News, 25 marzo 2026
  14. JAMA Pediatrics, giugno 2025: effetti duraturi social media su sviluppo cerebrale minori

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