Ogni epoca si porta dietro la sua illusione rassicurante. Nel Novecento eravamo convinti che il progresso industriale ci avrebbe consegnato una società scintillante e senza attriti. Oggi abbiamo solo aggiornato la fantasia: pensiamo che basti versare una dose generosa di intelligenza artificiale su qualsiasi problema perché si dissolva da solo.
La produttività non cresce? AI.
Le persone non collaborano? AI.
L’azienda non innova? AI.
I contenuti non funzionano? AI.
Tra qualche anno, di questo passo, qualcuno proporrà seriamente di salvare un matrimonio con un prompt scritto meglio.
Il problema è che stiamo scambiando uno strumento straordinario per una forma di magia. Su quanto sia facile confondere la performance di questi sistemi con una competenza reale mi sono già dilungato altrove.
Ma c’è una posta più alta della singola decisione d’acquisto. Quando una società comincia a credere nella magia tecnologica, smette piano piano di interrogarsi sulle cause vere dei suoi problemi. E inizia a smontare, pezzo per pezzo, il pensiero critico di chi quei problemi dovrebbe risolverli.
Quando il mondo andò in tilt e imparò a pensare
In mezzo a questo circo mi è tornato in mente Otto Scharmer, che insegna al MIT, e che da qualche tempo sostiene che stiamo entrando in una Seconda Era Assiale. Per capire cosa significhi bisogna riavvolgere il nastro di un paio di millenni. Tra l’VIII e il II secolo avanti Cristo il mondo andò letteralmente in tilt: gli imperi si espandevano, le vecchie certezze crollavano, la gente si sentiva persa.
In quel preciso intervallo, figure come Socrate, Buddha e Confucio, senza essersi mai presi un caffè insieme, iniziarono a porsi le stesse identiche domande sull’etica e sul senso della vita. Fu il momento in cui l’umanità smise di guardare solo fuori e cominciò a guardarsi dentro. Oggi siamo in uno smarrimento molto simile. Solo che a premere sulle porte non ci sono i barbari, ma l’espansione silenziosa dei sistemi algoritmici che stanno rimodellando il modo in cui pensiamo, decidiamo e scriviamo.
C’è una parola che Scharmer usa e che dovrebbe stare incorniciata in ogni sala riunioni: suolo sociale. Non è un’astrazione da convegno. Lui è cresciuto in una fattoria, e l’immagine l’ha imparata da suo padre: la qualità di ciò che cresce sopra dipende dalla qualità del terreno che sta sotto.
Lavorando ogni giorno come innovation manager per le PMI, assisto a scene quasi tragicomiche. Gestisco i progetti del mio studio in prima persona, senza un team a fare da filtro, e questo mi mette davanti le dinamiche aziendali nella loro forma più cruda. Entri in riunione e trovi manager pronti a firmare per l’ultimo software predittivo o per la piattaforma collaborativa più costosa sul mercato, ignorando un dettaglio microscopico: in quegli uffici le persone non si fidano l’una dell’altra e non collaborano per partito preso.
Se il terreno umano è arido, fatto di conflitti irrisolti e di visione mancante, puoi anche montare il motore di una Ferrari su un’impalcatura arrugginita. Otterrai solo uno schianto più veloce. La tecnologia non crea nulla dal nulla: amplifica ciò che già esiste. Non sostituisce il lavoro lento sui comportamenti, e non sostituisce le intuizioni delle neuroscienze che ci spiegano come reagiamo davvero al cambiamento. Lì sotto, nel terreno, si decide tutto.
Il dramma più profondo, però, si consuma su un altro piano: stiamo trasformando la nostra intelligenza collettiva in una gigantesca, desolante monocoltura.
Avete presente cosa succede in agricoltura quando si coltiva in modo intensivo sempre e solo la stessa pianta? All’inizio i profitti volano. Poi la biodiversità muore, il terreno si fa sterile, e basta un singolo parassita per mandare tutto al macero.
Nell’ecosistema digitale sta accadendo la stessa cosa, e ha persino un nome tecnico. I ricercatori di Oxford lo chiamano collasso dei modelli, e nel 2024 lo hanno documentato su Nature: quando un’intelligenza artificiale si nutre troppo di testi prodotti da altre intelligenze artificiali, le code della distribuzione, cioè le idee rare, le anomalie, le voci fuori dal coro, semplicemente scompaiono. Resta la media. Resta il prevedibile. Resta una poltiglia sintetica e insapore.
La parte inquietante è che noi umani ci stiamo adeguando a questo standard al ribasso con entusiasmo. Leggiamo riassunti scritti da un bot di articoli scritti da un altro bot, e chiamiamo tutto questo risparmiare tempo. È lo stesso meccanismo con cui il web aperto si sta riempiendo di contenuti che nessun essere umano ha pensato davvero.
Nel 2025 un gruppo del MIT Media Lab ha attaccato degli elettrodi alla testa di 54 persone mentre scrivevano un testo. Chi si è affidato al modello linguistico ha mostrato la connettività cerebrale più debole del gruppo, e alla fine faticava persino a ricordare cosa avesse scritto. I ricercatori hanno coniato un’espressione perfetta: debito cognitivo. Prendiamo in prestito sforzo mentale dal nostro io futuro, convinti di fare un affare, senza esserci letti il tasso d’interesse. E il tasso, qui, è la nostra capacità di capire.
Minimalismo cognitivo
È qui che serve una disciplina ostinata, quasi radicale. La chiamo minimalismo cognitivo. Più rifletto su questi meccanismi, più mi convinco che il principio vitale sia sempre lo stesso: sottrarre il superfluo per ritrovare l’essenza. In un’economia dell’attenzione che ci bombarda di distrazioni e premia la velocità superficiale, serve il coraggio di rallentare, di tollerare la fatica mentale che la complessità richiede, di riprenderci gli spazi di pensiero profondo che abbiamo svenduto.
Per i ribelli digitali, quelli che non comprano l’hype a scatola chiusa, la posta in gioco è chiara. Se questa è davvero una Seconda Era Assiale, la partita non si gioca su chi possiede i server più potenti o il modello più performante. Si gioca sulla capacità di tenere una postura mentale solida. Funziona come sul tatami: per non farti travolgere dall’energia di chi ti sta di fronte, devi restare radicato a terra. Sempre il terreno. Sempre le radici.
Il rischio vero non è l’apocalisse fantascientifica dei robot che diventano senzienti e prendono il potere. Quella è una storia comoda, perché ci assegna la parte delle vittime. Il rischio che stiamo già correndo a braccia aperte è un altro: che siamo noi a iniziare a pensare come le macchine. A ripetere pattern preimpostati, a ottimizzare metriche di vanità che non contano nulla, a scambiare l’accumulo bulimico di informazioni per saggezza.
Un terreno coltivato a monocoltura non collassa di colpo. Smette di dare frutti un raccolto alla volta, in silenzio, mentre i conti sembrano ancora tornare. Continuare così, francamente, sarebbe il modo più banale che conosca per addestrare con cura la nostra stessa estinzione.



